Biodiversità e tradizione: il ruolo delle pratiche agricole storiche nella resilienza dei paesaggi rurali
Negli ultimi decenni, il dibattito sull’agricoltura sostenibile si è concentrato prevalentemente su innovazione tecnologica, digitalizzazione e agricoltura di precisione. Tuttavia, accanto a sensori, algoritmi e modelli previsionali, esiste un patrimonio meno visibile ma altrettanto strategico: l’insieme delle pratiche agricole storiche che hanno modellato per secoli i paesaggi rurali mediterranei. In Sicilia, come in molte aree del Sud Europa, la biodiversità agricola non è il risultato del caso, ma l’esito di un equilibrio costruito nel tempo tra uomo, suolo, clima e comunità.
Questo pamphlet esplora il ruolo delle pratiche tradizionali nella costruzione della resilienza ecologica, economica e sociale dei territori rurali. L’obiettivo non è idealizzare il passato né proporre un ritorno nostalgico a modelli produttivi pre-industriali, ma analizzare in modo critico e documentato come alcune soluzioni storiche possano rappresentare strumenti concreti di adattamento ai cambiamenti climatici e alle pressioni di mercato contemporanee.
Il paesaggio agricolo mediterraneo è un sistema complesso, caratterizzato da una forte eterogeneità: piccoli appezzamenti, colture promiscue, terrazzamenti, muretti a secco, filari alberati, sistemi agro-silvo-pastorali. Questa frammentazione strutturale ha generato nel tempo un’elevata diversità biologica, sia a livello genetico (varietà locali) sia a livello ecosistemico (interazione tra colture, insetti, suolo e fauna selvatica).
La resilienza di questi sistemi non deriva da un singolo elemento, ma dalla loro diversità interna. Dove esistono più colture, più varietà e più micro-habitat, il rischio è distribuito. Una siccità prolungata può compromettere una coltura ma non l’intero sistema; un parassita può colpire una varietà ma non tutte. La biodiversità funziona come una rete di sicurezza biologica.
Nel contesto attuale, caratterizzato da eventi climatici estremi sempre più frequenti, questo principio assume una rilevanza strategica. Le pratiche storiche, spesso considerate “arretrate” rispetto ai modelli intensivi, mostrano invece una capacità adattiva che merita una rivalutazione scientifica e politica.
Le pratiche agricole storiche non sono semplici abitudini tramandate per inerzia. Rappresentano forme di conoscenza ecologica incorporata, sviluppate attraverso osservazione, sperimentazione empirica e adattamento intergenerazionale.
Il contadino che alternava cereali e leguminose non applicava una teoria accademica sulla fissazione dell’azoto, ma aveva compreso empiricamente che quella rotazione manteneva il suolo più fertile. Il viticoltore che manteneva alberi lungo i confini dei campi non parlava di corridoi ecologici, ma sapeva che quelle piante proteggevano dal vento e favorivano la presenza di insetti utili.
In Sicilia, molte aree collinari sono ancora segnate da sistemi terrazzati costruiti nei secoli. Queste strutture non avevano solo una funzione produttiva, ma svolgevano un ruolo fondamentale nella prevenzione dell’erosione e nella gestione delle acque piovane. Oggi, di fronte all’aumento di eventi meteorologici intensi, tali soluzioni mostrano una sorprendente attualità. La biodiversità non è soltanto un indicatore ecologico. È anche un elemento identitario e culturale. Le varietà locali di grano, olivo, agrumi o legumi raccontano storie di adattamento a specifiche condizioni pedoclimatiche. Ogni cultivar tradizionale rappresenta un archivio genetico costruito nel tempo.
La perdita di biodiversità agricola implica una riduzione delle opzioni future. In un contesto di cambiamento climatico, la disponibilità di un ampio patrimonio genetico aumenta le possibilità di selezionare varietà più resistenti a stress idrici, salinità o nuove fitopatie.
Un agricoltore anziano che conserva semi di una varietà locale non sta soltanto mantenendo una tradizione familiare; sta preservando una risorsa strategica per l’intero sistema agroalimentare. In questo senso, la biodiversità agricola assume una dimensione pubblica e collettiva. Le pratiche storiche mediterranee erano spesso caratterizzate da diversificazione produttiva: coltivazioni multiple, integrazione tra agricoltura e allevamento, autoproduzione di input. Questo modello riduceva la dipendenza da mercati esterni e da input chimici industriali.
In termini contemporanei, si potrebbe definire una strategia di gestione del rischio. Un’azienda che produce cereali, ortaggi e olio, e integra attività agrituristiche o trasformazione locale, è meno vulnerabile rispetto a una monocoltura altamente specializzata. La resilienza economica, quindi, non è disgiunta dalla biodiversità. Al contrario, ne è spesso una conseguenza diretta. L’eterogeneità produttiva aumenta la stabilità del reddito nel medio-lungo periodo.
Dietro ogni pratica agricola tradizionale esiste una dimensione umana fatta di memoria, esperienza e responsabilità verso il territorio. La resilienza dei paesaggi rurali non dipende soltanto da variabili ecologiche, ma anche dalla continuità generazionale e dal radicamento delle comunità locali.
Quando un giovane agricoltore decide di recuperare un uliveto storico o di coltivare una varietà antica di grano, non sta semplicemente facendo una scelta economica. Sta contribuendo alla conservazione di un ecosistema culturale. In questo processo, tradizione e innovazione non sono poli opposti, ma elementi complementari: la tecnologia può supportare, monitorare e valorizzare sistemi produttivi che affondano le radici nel passato. La sfida contemporanea non consiste nello scegliere tra agricoltura tradizionale e agricoltura tecnologica, ma nell’integrare conoscenze storiche e strumenti innovativi. La resilienza dei paesaggi rurali mediterranei richiede un approccio sistemico che riconosca il valore delle pratiche storiche come infrastrutture ecologiche già esistenti.
Questo pamphlet analizzerà nei capitoli successivi:
- il contributo delle varietà locali alla sicurezza alimentare;
- il ruolo delle infrastrutture rurali tradizionali nella gestione idrica;
- le implicazioni politiche e normative per la tutela della biodiversità agricola;
- modelli di valorizzazione economica compatibili con la conservazione del paesaggio.
Riconsiderare la tradizione non significa arrestare il progresso. Significa riconoscere che la resilienza si costruisce nel tempo e che molte delle soluzioni necessarie per affrontare il futuro sono già presenti, stratificate nei paesaggi che abitiamo. Nel dibattito contemporaneo sull’agricoltura sostenibile, il focus si concentra spesso su innovazione tecnologica, digitalizzazione e ottimizzazione delle rese produttive. Sensori, algoritmi previsionali, agricoltura di precisione e modelli climatici occupano una posizione centrale nelle strategie di adattamento. Tuttavia, accanto a queste dimensioni emergenti, esiste un patrimonio meno visibile ma strutturalmente determinante: l’insieme delle pratiche agricole storiche che hanno modellato, per secoli, i paesaggi rurali mediterranei.
In Sicilia e più in generale nel bacino del Mediterraneo, il paesaggio agricolo non è soltanto uno spazio produttivo, ma il risultato di un’interazione stratificata tra comunità umane, condizioni pedoclimatiche e biodiversità. Terrazzamenti, sistemi agro-silvo-pastorali, rotazioni colturali, consociazioni tra specie diverse, gestione tradizionale delle acque e conservazione di varietà locali hanno contribuito a costruire ecosistemi resilienti ben prima che il termine “resilienza” entrasse nel lessico scientifico e politico.
Il presente pamphlet si propone di analizzare il ruolo delle pratiche agricole storiche nella costruzione della resilienza dei paesaggi rurali, intesa in senso ecologico, economico e socio-culturale. L’obiettivo non è idealizzare il passato né proporre un ritorno a modelli pre-industriali in modo acritico, ma comprendere in che misura alcune soluzioni tradizionali possano costituire strumenti concreti di adattamento ai cambiamenti climatici, alla perdita di biodiversità e alla crescente volatilità dei mercati agroalimentari.
I paesaggi rurali mediterranei sono caratterizzati da un’elevata eterogeneità spaziale e funzionale. Piccoli appezzamenti, mosaici colturali, presenza di siepi, alberature perimetrali, muretti a secco e zone incolte creano una struttura complessa che favorisce la diversità biologica. Questa configurazione non è casuale, ma il risultato di secoli di adattamento alle condizioni ambientali locali, tra cui scarsità idrica, suoli spesso fragili e forte variabilità climatica.
La resilienza di tali sistemi non dipende da un singolo elemento, ma dalla loro diversità interna. La presenza di più colture e varietà distribuisce il rischio produttivo; la diversità strutturale crea micro-habitat che favoriscono insetti impollinatori e antagonisti naturali dei parassiti; la copertura vegetale riduce l’erosione e migliora la capacità del suolo di trattenere l’acqua.
In un contesto segnato dall’aumento della frequenza di eventi climatici estremi — siccità prolungate, precipitazioni intense concentrate in brevi periodi, ondate di calore — tali caratteristiche assumono una rilevanza strategica. Molte pratiche considerate tradizionali si rivelano, alla luce delle attuali sfide climatiche, sistemi di gestione adattiva già sperimentati nel tempo.
Le pratiche agricole storiche rappresentano forme di conoscenza ecologica accumulata e trasmessa intergenerazionalmente. Prima della formalizzazione scientifica dei principi agronomici, gli agricoltori hanno sviluppato strategie basate sull’osservazione sistematica dei cicli naturali. Rotazioni colturali, uso di leguminose per mantenere la fertilità del suolo, gestione integrata di colture e allevamento, selezione massale di semi adattati alle condizioni locali sono esempi di innovazione empirica.
Questa conoscenza non era codificata in manuali accademici, ma incorporata nelle pratiche quotidiane. Ogni intervento sul territorio era il risultato di un equilibrio tra esigenze produttive e limiti ambientali. In territori collinari e montani, la costruzione di terrazzamenti e sistemi di drenaggio rappresentava una risposta strutturale alla necessità di ridurre l’erosione e rendere coltivabili superfici altrimenti instabili.
Oggi, di fronte alla crescente vulnerabilità dei suoli mediterranei e all’aumento dei fenomeni di dissesto idrogeologico, tali infrastrutture storiche assumono una nuova centralità. Esse non sono semplicemente testimonianze del passato, ma componenti funzionali di un sistema di gestione sostenibile del territorio. La biodiversità agricola costituisce uno dei pilastri della resilienza dei paesaggi rurali. Le varietà locali di cereali, ortaggi, alberi da frutto e colture permanenti rappresentano un patrimonio genetico sviluppato attraverso secoli di selezione adattativa. Queste cultivar sono spesso caratterizzate da maggiore tolleranza a stress idrici, suoli poveri o condizioni climatiche estreme rispetto a varietà ad alta resa selezionate in contesti più standardizzati.
La progressiva diffusione di modelli agricoli intensivi e la specializzazione colturale hanno determinato, negli ultimi decenni, una significativa riduzione della diversità genetica. Tale semplificazione aumenta la vulnerabilità sistemica: quando la produzione si concentra su poche varietà omogenee, il rischio associato a malattie emergenti o a variazioni climatiche improvvise si amplifica.
Recuperare e valorizzare la biodiversità agricola non significa rinunciare alla produttività, ma ampliare il ventaglio di opzioni disponibili. In un contesto di incertezza climatica, la diversità genetica diventa una forma di assicurazione biologica. La conservazione in situ delle varietà locali, attraverso la coltivazione attiva, contribuisce a mantenere dinamico questo patrimonio. La resilienza dei paesaggi rurali non è soltanto ecologica. È anche economica e sociale. Le pratiche agricole storiche mediterranee erano spesso basate sulla diversificazione produttiva e sull’integrazione tra diverse attività: coltivazioni multiple, allevamento, trasformazione locale e scambi comunitari. Questo modello riduceva la dipendenza da input esterni e attenuava l’impatto delle fluttuazioni di mercato.
Inoltre, il paesaggio rurale tradizionale è strettamente legato all’identità culturale delle comunità locali. Le pratiche agricole, le varietà coltivate e le tecniche costruttive costituiscono elementi di patrimonio immateriale che rafforzano il senso di appartenenza e continuità. La perdita di tali pratiche comporta non solo un impoverimento ecologico, ma anche una frammentazione sociale.
La sfida attuale non consiste nel contrapporre tradizione e innovazione, ma nel riconoscere la complementarità tra conoscenze storiche e strumenti tecnologici contemporanei. Le pratiche agricole storiche possono essere supportate e valorizzate da sistemi di monitoraggio digitale, modelli climatici previsionali e politiche di sostegno mirate.
Riconsiderare il ruolo della tradizione significa riconoscere che la resilienza non si costruisce esclusivamente attraverso l’introduzione di nuove tecnologie, ma anche attraverso la valorizzazione di soluzioni già sperimentate nel tempo. Nei paesaggi rurali mediterranei, molte delle risposte alle sfide future sono già presenti, stratificate nei sistemi produttivi che hanno saputo adattarsi per secoli a condizioni ambientali complesse.
L’analisi che segue approfondirà queste dinamiche, esaminando in che modo la biodiversità e le pratiche agricole storiche possano essere integrate in strategie contemporanee di sviluppo rurale sostenibile, con particolare attenzione al contesto siciliano e mediterraneo.
Capitolo 1 — Paesaggio rurale mediterraneo come sistema vivente e resiliente
Il paesaggio rurale mediterraneo non è una semplice cornice geografica. È un organismo vivente, stratificato nel tempo, dove ogni elemento — suolo, acqua, colture, infrastrutture e comunità — contribuisce a un equilibrio dinamico. In Sicilia, questa complessità è visibile anche a uno sguardo attento: uliveti secolari che convivono con vigneti, agrumeti delimitati da muretti a secco, campi di grano interrotti da filari di mandorli, pascoli che si alternano a superfici coltivate.
Questa configurazione non è frutto del caso né esclusivamente della pianificazione moderna. È il risultato di secoli di adattamento progressivo alle condizioni climatiche mediterranee, caratterizzate da estati lunghe e aride, precipitazioni irregolari e suoli spesso fragili. In tale contesto, la sopravvivenza delle comunità rurali ha richiesto soluzioni capaci di ridurre il rischio, distribuire le perdite e ottimizzare le risorse disponibili. Uno degli aspetti più distintivi del paesaggio mediterraneo tradizionale è la sua struttura a mosaico. Piccoli appezzamenti diversificati, alternanza di colture annuali e permanenti, presenza di elementi lineari come siepi, filari e muretti creano una complessità spaziale che svolge funzioni ecologiche precise.
La frammentazione, spesso percepita come limite in un’ottica di agricoltura intensiva, rappresenta in realtà un’infrastruttura ecologica diffusa. I muretti a secco, ad esempio, non delimitano soltanto i campi: creano micro-habitat per insetti, rettili e microrganismi utili. Le siepi fungono da corridoi ecologici, favorendo la mobilità della fauna e contribuendo alla regolazione naturale dei parassiti. I filari alberati mitigano l’effetto del vento e riducono l’evaporazione del suolo.
Questa rete di elementi strutturali genera stabilità. In un sistema monocolturale esteso, una fitopatia può diffondersi rapidamente; in un sistema eterogeneo, la propagazione è ostacolata dalla diversità strutturale e biologica. La resilienza nasce dalla complessità.
Nel contesto mediterraneo, l’acqua rappresenta la variabile critica. Le pratiche agricole storiche hanno sviluppato soluzioni mirate alla conservazione e distribuzione efficiente delle risorse idriche. I terrazzamenti collinari, diffusi in molte aree siciliane, non avevano solo la funzione di ampliare le superfici coltivabili: rallentavano il deflusso delle acque piovane, riducevano l’erosione e favorivano l’infiltrazione nel suolo.
Le cisterne, i sistemi di raccolta dell’acqua piovana e le canalizzazioni tradizionali rappresentavano forme di gestione integrata delle risorse idriche. Ogni intervento era calibrato sulla scala locale, adattato alla morfologia del territorio e alle caratteristiche del suolo.
Oggi, di fronte a precipitazioni sempre più intense e concentrate, queste infrastrutture storiche mostrano una sorprendente attualità. La loro manutenzione e valorizzazione può contribuire alla mitigazione del rischio idrogeologico e alla stabilizzazione dei versanti, riducendo costi futuri legati a dissesti e perdita di fertilità. Le aziende agricole tradizionali mediterranee erano raramente specializzate in una sola coltura. La diversificazione non era una scelta ideologica, ma una necessità strategica. Cereali, leguminose, ortaggi, alberi da frutto e allevamento convivevano nello stesso sistema produttivo.
Questa diversificazione svolgeva almeno tre funzioni fondamentali:
- Riduzione del rischio climatico: se una coltura subiva un danno per siccità o gelate tardive, altre potevano compensare parzialmente la perdita.
- Stabilità economica: la pluralità di prodotti distribuiva il rischio di mercato.
- Fertilità del suolo: l’alternanza tra specie migliorava la struttura del terreno e riduceva la pressione di patogeni specifici.
In termini contemporanei, si potrebbe definire un sistema di gestione policentrica del rischio. La resilienza non deriva dall’aumento della produzione massima, ma dalla capacità di mantenere una produzione stabile nel tempo. Il suolo nei sistemi agricoli storici non era considerato un semplice supporto fisico, ma una risorsa da preservare. L’integrazione tra coltivazione e allevamento permetteva il riciclo della sostanza organica; l’uso di rotazioni e periodi di riposo favoriva la rigenerazione naturale.
La fertilità non veniva “importata” dall’esterno in forma chimica, ma costruita progressivamente attraverso cicli chiusi di nutrienti. Questo approccio limitava la dipendenza da input esterni e manteneva una maggiore autonomia aziendale.
Nel contesto attuale, caratterizzato da impoverimento organico di molti suoli mediterranei, la rivalutazione di pratiche come sovescio, rotazioni pluriennali e gestione organica dei residui colturali assume una valenza strategica. Il suolo rappresenta un capitale biologico: una volta degradato, il suo recupero richiede tempi lunghi e investimenti significativi. Il paesaggio rurale tradizionale non può essere compreso senza considerare la dimensione comunitaria. Le pratiche agricole erano integrate in reti sociali fondate sulla cooperazione, sullo scambio di manodopera e sulla trasmissione orale delle conoscenze.
Il sapere agronomico non era isolato in un individuo, ma distribuito nella comunità. Le tecniche di potatura, le modalità di semina, la scelta delle varietà erano il risultato di esperienze condivise e adattate nel tempo. Questa continuità generazionale garantiva stabilità e adattamento progressivo.
La perdita di tali reti sociali comporta una riduzione della capacità adattiva del territorio. La resilienza, infatti, non è solo una proprietà ecologica, ma anche sociale. Riconoscere il valore del paesaggio rurale storico non significa congelarlo in una dimensione museale. Significa comprenderne le logiche interne e reinterpretarle alla luce delle sfide contemporanee.
Le tecnologie attuali possono rafforzare questi sistemi: strumenti di monitoraggio climatico possono supportare la gestione delle colture diversificate; modelli previsionali possono migliorare la pianificazione delle rotazioni; politiche pubbliche mirate possono incentivare la manutenzione di infrastrutture storiche come terrazzamenti e muretti.
Il paesaggio rurale mediterraneo dimostra che la resilienza non nasce dalla semplificazione estrema, ma dall’equilibrio tra diversità, adattamento e memoria. Comprendere questa dinamica è il primo passo per costruire strategie di sviluppo rurale capaci di coniugare sostenibilità ambientale, stabilità economica e continuità culturale.
Capitolo 2 — Biodiversità agricola come memoria genetica e garanzia per il futuro
Quando si osserva un campo coltivato, spesso si percepisce soltanto la superficie: file ordinate, piante uniformi, produzione misurabile in quintali per ettaro. Eppure, sotto quella apparente semplicità si nasconde una dimensione molto più profonda: la biodiversità agricola come memoria genetica, come archivio vivente di adattamenti accumulati nel tempo.
Nel contesto mediterraneo, e in particolare in Sicilia, questa memoria è il risultato di secoli di selezione informale operata dagli agricoltori. Ogni varietà locale di grano, ogni cultivar di olivo o di agrume, ogni legume adattato a un microclima specifico rappresenta una risposta concreta a condizioni ambientali spesso difficili.
La biodiversità agricola non è dunque un elemento ornamentale del paesaggio rurale. È una infrastruttura biologica invisibile che sostiene la resilienza dei sistemi produttivi. Le varietà tradizionali non sono nate in laboratori di ricerca, ma nei campi. Sono il frutto di un processo lento di selezione massale: gli agricoltori conservavano i semi delle piante più resistenti, più produttive nelle condizioni locali, più adatte ai suoli e al clima del territorio.
Questo processo, ripetuto per generazioni, ha prodotto popolazioni genetiche complesse, meno uniformi rispetto alle varietà moderne ad alta resa, ma spesso più stabili in condizioni di stress. La loro forza non risiede nella massimizzazione della produzione in condizioni ottimali, ma nella capacità di mantenere una resa accettabile anche quando le condizioni diventano avverse.
In un contesto segnato dall’aumento delle temperature, dalla riduzione delle precipitazioni e dalla maggiore variabilità climatica, questa caratteristica assume un valore strategico. La stabilità produttiva nel tempo può risultare più importante della resa massima in un singolo anno favorevole. Negli ultimi decenni, la modernizzazione agricola ha favorito la diffusione di varietà altamente selezionate per uniformità, resa elevata e compatibilità con sistemi meccanizzati. Questo processo ha contribuito all’aumento della produttività media, ma ha anche comportato una significativa riduzione della diversità genetica.
La cosiddetta erosione genetica non è un fenomeno astratto. Quando il sistema agricolo si basa su un numero limitato di varietà omogenee, la vulnerabilità aumenta. Un nuovo patogeno, un cambiamento improvviso delle condizioni climatiche o una crisi fitosanitaria possono compromettere intere superfici coltivate in modo simultaneo.
La biodiversità agricola funziona come una forma di assicurazione biologica. In presenza di diversità genetica, alcune varietà possono mostrare maggiore tolleranza a determinate condizioni di stress, riducendo l’impatto complessivo sul sistema produttivo.
La perdita di biodiversità, quindi, non è soltanto una questione ecologica, ma anche economica e strategica. Il territorio siciliano è caratterizzato da una straordinaria varietà di microclimi: zone costiere con influenza marina, aree interne più aride, territori collinari e montani con escursioni termiche significative. In questo contesto, l’adattamento locale è fondamentale.
Le varietà tradizionali si sono evolute in stretta relazione con queste specificità ambientali. Un grano coltivato nelle aree interne può differire significativamente da uno selezionato nelle zone costiere; un ulivo adattato a terreni calcarei non presenta le stesse caratteristiche di uno cresciuto su suoli vulcanici.
Questa relazione stretta tra genetica e territorio rafforza la resilienza locale. La biodiversità non è soltanto una questione quantitativa (numero di varietà), ma qualitativa (grado di adattamento alle condizioni specifiche). Preservare questa ricchezza significa mantenere aperta la possibilità di rispondere in modo mirato alle trasformazioni ambientali future. La biodiversità agricola incide anche sulla qualità dei prodotti agroalimentari. Molte varietà locali sono associate a caratteristiche organolettiche specifiche: profili aromatici distintivi, composizioni nutrizionali peculiari, adattamenti che influenzano consistenza e conservabilità.
In un mercato sempre più orientato alla standardizzazione, la valorizzazione delle produzioni legate alla biodiversità può rappresentare un vantaggio competitivo. Le denominazioni di origine, le filiere corte e i sistemi di certificazione territoriale trovano nella diversità genetica un fondamento concreto. La resilienza economica dei territori rurali può dunque essere rafforzata attraverso la connessione tra biodiversità e identità alimentare. Non si tratta soltanto di conservare varietà per motivi ecologici, ma di integrare la loro valorizzazione in strategie di sviluppo locale. La tutela della biodiversità agricola non può limitarsi alla conservazione in banche genetiche. Sebbene la conservazione ex situ rappresenti uno strumento importante, la biodiversità agricola mantiene la sua vitalità attraverso la coltivazione attiva. La conservazione in situ — ovvero la coltivazione continua delle varietà nel loro ambiente originario — consente l’evoluzione dinamica delle popolazioni vegetali. Le piante continuano ad adattarsi a nuove condizioni ambientali, mantenendo attivo il processo evolutivo. In questo senso, l’agricoltore svolge un ruolo centrale come custode della diversità genetica. La scelta di coltivare una varietà locale non è soltanto una decisione produttiva, ma un atto di responsabilità verso il patrimonio biologico collettivo.
La sfida contemporanea non consiste nel contrapporre varietà moderne e tradizionali, ma nel costruire un sistema integrato. Le innovazioni genetiche e le tecnologie agronomiche possono coesistere con la valorizzazione della biodiversità locale.
Un approccio integrato permette di combinare produttività, adattamento climatico e conservazione genetica. In questo quadro, la biodiversità agricola non è un residuo del passato, ma una risorsa strategica per affrontare un futuro incerto. La resilienza dei paesaggi rurali mediterranei dipende anche dalla capacità di riconoscere questo patrimonio invisibile e di tradurlo in politiche, incentivi e pratiche concrete. Ogni varietà conservata, ogni seme tramandato, ogni campo coltivato secondo logiche diversificate contribuisce a rafforzare la stabilità del sistema agroalimentare nel lungo periodo. In un’epoca caratterizzata da trasformazioni rapide, la biodiversità agricola rappresenta un elemento di continuità. È memoria genetica, ma anche possibilità futura.
Capitolo 3 — Infrastrutture rurali storiche e gestione del territorio
Camminando in molte aree rurali della Sicilia, soprattutto nelle zone collinari e interne, è impossibile non notare la presenza di elementi che sembrano appartenere a un tempo lontano: terrazzamenti in pietra, muretti a secco, canali di scolo, cisterne, sistemi di raccolta delle acque piovane, piccoli invasi. Spesso vengono percepiti come testimonianze del passato, segni di un’agricoltura meno meccanizzata e meno intensiva.
In realtà, queste infrastrutture rappresentano dispositivi territoriali complessi, progettati per rispondere a vincoli ambientali precisi. Non sono semplici opere costruttive: costituiscono una rete fisica che ha garantito per secoli stabilità dei versanti, conservazione del suolo e gestione efficiente dell’acqua.
In un contesto contemporaneo caratterizzato da crescente vulnerabilità idrogeologica e da eventi meteorologici sempre più estremi, la loro funzione assume una rilevanza rinnovata. I terrazzamenti rappresentano uno degli esempi più evidenti di adattamento strutturale al territorio mediterraneo. In presenza di pendii pronunciati, la costruzione di superfici piane sostenute da muri in pietra ha permesso di ampliare le superfici coltivabili, ma soprattutto di controllare il deflusso delle acque.
La logica è semplice e al tempo stesso sofisticata: rallentare l’acqua significa ridurre la forza erosiva. Ogni terrazza funziona come una barriera che spezza la velocità del flusso superficiale, favorendo l’infiltrazione nel suolo e diminuendo la perdita di particelle fertili.
In assenza di manutenzione, questi sistemi possono degradarsi rapidamente, aumentando il rischio di frane e smottamenti. La loro conservazione non è dunque una scelta estetica o culturale, ma una misura di prevenzione territoriale.
La resilienza del paesaggio non dipende solo dalla diversità biologica, ma anche dalla solidità delle sue strutture fisiche. I muretti a secco, diffusi in molte aree rurali mediterranee, svolgono funzioni multiple. Dal punto di vista agronomico, delimitano le proprietà e stabilizzano i terreni. Dal punto di vista ecologico, creano micro-ambienti favorevoli alla biodiversità.
Le intercapedini tra le pietre offrono rifugio a insetti utili, piccoli rettili e microrganismi. Questa microfauna contribuisce indirettamente al controllo biologico dei parassiti e alla regolazione dell’equilibrio ecosistemico.
Inoltre, la pietra accumula calore durante il giorno e lo rilascia gradualmente durante la notte, contribuendo alla mitigazione delle escursioni termiche a scala locale. Questo effetto, seppur limitato, può incidere sul microclima delle colture adiacenti.
Ciò che appare come un semplice elemento architettonico è in realtà parte integrante di un sistema di gestione territoriale integrato. Nel clima mediterraneo, l’acqua si presenta spesso in forma discontinua: lunghi periodi di siccità alternati a precipitazioni intense concentrate in pochi eventi. Le pratiche storiche hanno sviluppato soluzioni volte a massimizzare la raccolta nei periodi di abbondanza e a minimizzare i danni nei momenti di eccesso.
Cisterne, canalizzazioni, sistemi di drenaggio superficiale e piccoli bacini artificiali rappresentavano strumenti di regolazione idrica. La logica sottostante era quella dell’autosufficienza e dell’adattamento locale: ogni azienda o comunità costruiva infrastrutture proporzionate alle proprie esigenze e alle caratteristiche del territorio.
Oggi, la crescente impermeabilizzazione dei suoli e l’abbandono delle infrastrutture rurali tradizionali hanno alterato questo equilibrio. Ripristinare o integrare tali sistemi può contribuire a ridurre il rischio di alluvioni e a migliorare la disponibilità idrica nei periodi critici. L’abbandono delle aree interne e collinari ha avuto effetti significativi sulla stabilità del territorio. La manutenzione delle infrastrutture rurali tradizionali richiede presenza umana continua. Senza cura, terrazzamenti e sistemi di drenaggio si deteriorano, aumentando la vulnerabilità del paesaggio.
La resilienza territoriale, quindi, non è solo una questione tecnica, ma anche demografica e sociale. Un paesaggio privo di agricoltori attivi diventa più fragile.
Il legame tra presenza umana e stabilità ambientale è particolarmente evidente nelle aree mediterranee, dove la gestione attiva del territorio ha storicamente prevenuto fenomeni erosivi e degrado. Le infrastrutture rurali storiche non devono essere interpretate esclusivamente come beni culturali da preservare per il loro valore storico. Esse rappresentano capitale produttivo. Un terrazzamento funzionante consente coltivazioni su pendii altrimenti improduttivi; un sistema di raccolta dell’acqua riduce la dipendenza da approvvigionamenti esterni; un muretto stabile previene la perdita di suolo fertile.
La manutenzione di tali strutture può generare benefici economici indiretti, riducendo costi futuri legati a danni ambientali, perdita di fertilità o interventi di emergenza.
Integrare queste infrastrutture in strategie di sviluppo rurale significa riconoscere che la resilienza territoriale è un investimento, non una spesa. Le tecnologie contemporanee possono rafforzare l’efficacia delle infrastrutture tradizionali. Sistemi di monitoraggio satellitare possono individuare aree a rischio erosione; sensori di umidità possono ottimizzare l’uso dell’acqua raccolta; modelli climatici possono supportare la pianificazione della manutenzione.
L’obiettivo non è sostituire le soluzioni storiche, ma integrarle. Le infrastrutture rurali del passato possono essere reinterpretate come componenti di un sistema territoriale ibrido, in cui conoscenza tradizionale e strumenti tecnologici collaborano. La resilienza dei paesaggi rurali mediterranei si fonda su questa continuità adattiva. Le opere costruite nei secoli testimoniano una capacità di lettura del territorio che resta attuale. Preservarle significa non soltanto custodire un’eredità culturale, ma rafforzare la stabilità fisica ed ecologica dei territori in un’epoca di crescente incertezza ambientale.
Capitolo 4 — Comunità rurali, continuità generazionale e resilienza socio-economica
Un paesaggio agricolo non è mai soltanto un insieme di campi, colture e infrastrutture. È, prima di tutto, una comunità che lo abita, lo lavora, lo interpreta. Senza presenza umana attiva, il sistema rurale perde coerenza e progressivamente si indebolisce.
Nel contesto mediterraneo, la resilienza dei paesaggi rurali è stata storicamente il risultato di una relazione stretta tra ambiente e comunità. Le pratiche agricole non erano isolate da dinamiche sociali ed economiche: erano parte integrante della struttura familiare, delle reti di scambio, delle forme di cooperazione locale.
Comprendere il ruolo delle pratiche agricole storiche nella resilienza territoriale richiede quindi di integrare la dimensione umana e sociale nell’analisi. Le aziende agricole tradizionali mediterranee erano spesso organizzate su base familiare. La gestione del rischio non avveniva soltanto attraverso la diversità biologica, ma anche tramite la diversificazione economica.
Una stessa famiglia poteva coltivare cereali, mantenere un piccolo oliveto, allevare animali da cortile e praticare attività stagionali complementari. Questa struttura policentrica consentiva una distribuzione del rischio nel tempo e nello spazio. Se una produzione risultava compromessa, altre attività garantivano continuità reddituale. La resilienza non era affidata a un’unica fonte di reddito, ma costruita attraverso una rete di micro-attività interconnesse. In un contesto contemporaneo segnato da volatilità dei mercati agricoli e aumento dei costi di input, il principio della diversificazione mantiene una rilevanza significativa. Le pratiche agricole storiche si sono evolute grazie alla trasmissione intergenerazionale del sapere. Tecniche di potatura, gestione del suolo, selezione delle sementi, manutenzione delle infrastrutture rurali venivano apprese attraverso l’osservazione diretta e l’esperienza condivisa.
Questa continuità garantiva un adattamento progressivo. Ogni generazione introduceva piccole modifiche, rispondendo a variazioni climatiche, nuove malattie delle piante o mutamenti economici. Il sistema non era statico. Era dinamico, ma con un ritmo di trasformazione compatibile con la capacità di apprendimento della comunità. Oggi, la discontinuità generazionale — dovuta all’abbandono delle aree rurali e alla riduzione della popolazione agricola attiva — rappresenta una delle principali criticità per la resilienza territoriale. La perdita di conoscenze pratiche accumulate nel tempo comporta una riduzione della capacità di adattamento locale.
Negli ultimi decenni, molte aree interne della Sicilia e del Mediterraneo hanno registrato un progressivo spopolamento. L’abbandono dei terreni coltivati ha effetti che vanno oltre la dimensione economica.
La mancata manutenzione di terrazzamenti, sistemi di drenaggio e infrastrutture tradizionali aumenta il rischio di erosione e dissesto idrogeologico. La perdita di attività agricola riduce la diversità paesaggistica e può favorire processi di degrado ecologico.
La resilienza territoriale è quindi strettamente legata alla presenza di comunità attive. Un territorio coltivato e curato è generalmente più stabile di uno lasciato all’abbandono improvviso.
In questo senso, le politiche di sostegno all’agricoltura non sono soltanto misure economiche, ma strumenti di tutela ambientale. La biodiversità agricola e le pratiche tradizionali contribuiscono alla costruzione di un’identità territoriale. Prodotti legati a specifiche varietà locali, tecniche di trasformazione tradizionali e paesaggi caratteristici costituiscono elementi distintivi che possono generare valore aggiunto. La valorizzazione delle produzioni locali attraverso filiere corte, marchi territoriali e sistemi di certificazione può rafforzare la sostenibilità economica delle aziende agricole. In questo contesto, la resilienza non è soltanto capacità di resistere a shock esterni, ma anche capacità di trasformare la specificità territoriale in opportunità economica. La connessione tra biodiversità, tradizione e mercato deve tuttavia essere gestita con equilibrio, evitando processi di eccessiva standardizzazione che rischiano di snaturare la diversità originaria.
La resilienza dei paesaggi rurali dipende anche dalla capacità di attrarre nuove generazioni verso l’agricoltura. L’integrazione tra pratiche tradizionali e strumenti innovativi può rendere il settore più accessibile e sostenibile nel lungo periodo.
Tecnologie digitali, modelli di agricoltura di precisione e nuove forme di cooperazione possono affiancare il patrimonio di conoscenze storiche. L’obiettivo non è sostituire il sapere tradizionale, ma rafforzarlo attraverso strumenti che ne aumentino l’efficacia. In molte realtà mediterranee emergono esperienze di giovani agricoltori che recuperano varietà locali, ristrutturano infrastrutture storiche e integrano sistemi di monitoraggio tecnologico. Queste esperienze dimostrano che tradizione e innovazione possono coesistere in modo produttivo.
La resilienza dei paesaggi rurali mediterranei non è esclusivamente una proprietà ecologica o tecnica. È il risultato di un equilibrio tra persone, pratiche e ambiente.
Le infrastrutture fisiche, la biodiversità genetica e le conoscenze agronomiche costituiscono elementi fondamentali, ma senza una comunità attiva capace di mantenerli e reinterpretarli, il sistema perde coerenza.
Riconoscere il ruolo delle pratiche agricole storiche significa riconoscere anche il valore delle comunità che le hanno sviluppate e custodite. La continuità generazionale, la diversificazione economica e la valorizzazione identitaria rappresentano componenti essenziali della resilienza territoriale.
In un’epoca di trasformazioni rapide, la sfida non consiste nel preservare il passato in modo statico, ma nel costruire un futuro in cui memoria e innovazione collaborino. I paesaggi rurali mediterranei possono continuare a essere resilienti se rimangono abitati, curati e reinterpretati con consapevolezza.
Capitolo 5 — Politiche pubbliche, governance e integrazione strategica
Le pratiche agricole storiche e la biodiversità non sopravvivono per inerzia. Senza un quadro istituzionale coerente, senza incentivi adeguati e senza strumenti di governance capaci di valorizzarle, rischiano di rimanere marginali rispetto ai modelli produttivi dominanti.
Se nei capitoli precedenti abbiamo osservato la resilienza dal punto di vista ecologico, infrastrutturale e comunitario, in questo capitolo la prospettiva si amplia: la resilienza deve diventare operativa, misurabile, sostenuta da politiche pubbliche coerenti. La tradizione, per essere realmente funzionale al futuro, deve essere integrata nelle strategie di sviluppo rurale.
Negli ultimi anni, biodiversità e paesaggio rurale sono stati spesso riconosciuti come beni culturali e ambientali da tutelare. Tuttavia, la tutela simbolica non è sufficiente.
Conservare una varietà locale o un sistema terrazzato senza garantire la sostenibilità economica dell’azienda che li mantiene significa spostare il peso della conservazione esclusivamente sull’agricoltore. Questo approccio genera fragilità nel lungo periodo.
Le politiche pubbliche devono quindi passare da una logica di mera protezione a una logica di valorizzazione strutturale. Ciò implica:
- incentivi economici per la coltivazione di varietà locali;
- sostegno alla manutenzione delle infrastrutture rurali tradizionali;
- riconoscimento della funzione ecosistemica svolta dagli agricoltori;
- integrazione della biodiversità nei criteri di accesso ai finanziamenti.
La resilienza territoriale è un bene collettivo. Come tale, richiede corresponsabilità istituzionale. Le pratiche agricole storiche producono benefici che vanno oltre la dimensione produttiva: riduzione dell’erosione, regolazione idrica, mantenimento della fertilità del suolo, conservazione della biodiversità, stabilizzazione del paesaggio. Questi benefici possono essere letti in termini di servizi ecosistemici. Tuttavia, il mercato agricolo tradizionale remunera principalmente il prodotto finale, non la funzione ambientale. Integrare la dimensione dei servizi ecosistemici nei meccanismi di sostegno pubblico consente di riconoscere il valore delle pratiche resilienti. Un agricoltore che mantiene terrazzamenti attivi o coltiva varietà locali contribuisce alla stabilità territoriale; questo contributo può e deve essere considerato parte della sua attività economica.
La resilienza diventa così un parametro operativo, non soltanto un concetto teorico.
La resilienza dei paesaggi rurali dipende anche dalla coerenza tra politiche agricole, pianificazione territoriale e gestione ambientale. Interventi frammentati o disallineati possono compromettere equilibri consolidati. Ad esempio, incentivi alla meccanizzazione intensiva non sempre sono compatibili con la conservazione di strutture tradizionali come muretti a secco o piccoli appezzamenti diversificati. Allo stesso modo, la semplificazione amministrativa deve evitare di penalizzare le aziende che scelgono modelli produttivi più complessi ma più resilienti. Una governance efficace richiede coordinamento tra livelli istituzionali — locale, regionale, nazionale ed europeo — e una visione sistemica che consideri il paesaggio rurale come unità integrata.
La valorizzazione della biodiversità agricola e delle pratiche tradizionali passa anche attraverso il mercato. Filiera corta, trasformazione locale, sistemi di certificazione territoriale e denominazioni di origine possono contribuire a generare valore economico.
Tuttavia, la costruzione di valore deve essere coerente con la diversità originaria. Processi di standardizzazione eccessiva rischiano di semplificare la complessità genetica e culturale che si intende preservare.
Un equilibrio efficace richiede:
- trasparenza nella tracciabilità;
- comunicazione chiara del legame tra prodotto e territorio;
- coinvolgimento attivo delle comunità locali;
- investimenti in formazione e competenze gestionali.
La resilienza economica si rafforza quando biodiversità e identità territoriale diventano fattori riconosciuti e remunerati. La tecnologia non è alternativa alla tradizione. Può diventare uno strumento di rafforzamento.
Sistemi di monitoraggio climatico, analisi dei dati agronomici, piattaforme digitali per la commercializzazione diretta possono aumentare l’efficienza senza compromettere la diversità strutturale.
L’obiettivo non è omogeneizzare, ma ottimizzare. Un sistema agricolo diversificato può beneficiare di strumenti digitali per migliorare la gestione delle risorse, pianificare le rotazioni o ridurre sprechi idrici.
La convergenza tra memoria storica e innovazione tecnologica rappresenta una delle chiavi per rendere operativa la resilienza nel contesto contemporaneo. La resilienza dei paesaggi rurali mediterranei non si costruisce attraverso interventi isolati. Richiede una strategia integrata che consideri simultaneamente biodiversità, infrastrutture fisiche, comunità e governance.
Le pratiche agricole storiche dimostrano che l’adattamento progressivo, la diversificazione e l’equilibrio con il territorio sono principi strutturali. Tradurre questi principi in politiche pubbliche significa:
- riconoscere la funzione multifunzionale dell’agricoltura;
- sostenere economicamente la conservazione attiva della biodiversità;
- incentivare la permanenza delle comunità rurali;
- integrare strumenti tecnologici in modo coerente.
La resilienza non è un traguardo statico, ma un processo continuo di adattamento. I paesaggi rurali mediterranei hanno già dimostrato, nel corso dei secoli, una straordinaria capacità di evolvere mantenendo la propria identità.
La sfida attuale consiste nel creare le condizioni affinché questa capacità non venga dispersa. Biodiversità e tradizione non sono elementi del passato: sono risorse operative per affrontare un futuro incerto con maggiore stabilità, equilibrio e consapevolezza.
Conclusioni
Attraverso le analisi sviluppate nei capitoli precedenti è emerso un elemento costante: la resilienza dei paesaggi rurali mediterranei non è il risultato di un singolo fattore, ma di una stratificazione di pratiche, infrastrutture, conoscenze e relazioni sociali costruite nel tempo. La biodiversità agricola, le varietà locali, i sistemi terrazzati, la gestione tradizionale delle acque, la diversificazione produttiva e la continuità generazionale non operano in modo isolato; costituiscono un sistema interconnesso. Nei contesti mediterranei, e in particolare in Sicilia, questa interconnessione ha permesso di affrontare condizioni ambientali storicamente complesse: scarsità idrica, forte variabilità climatica, suoli fragili, morfologie irregolari. La resilienza non si è manifestata come immobilità, ma come capacità di adattamento progressivo.
Ogni generazione ha modificato leggermente il sistema senza comprometterne l’equilibrio complessivo, mantenendo una coerenza strutturale tra uso delle risorse e limiti ambientali. Oggi, in uno scenario segnato da cambiamenti climatici accelerati, instabilità economica e crescente pressione sui sistemi agroalimentari, questa esperienza accumulata assume un significato operativo. Non si tratta di replicare in modo meccanico il passato, ma di riconoscere che molti principi di gestione territoriale storicamente adottati rispondono a logiche di prudenza e distribuzione del rischio ancora valide. La diversità colturale riduce l’esposizione a shock improvvisi; la presenza di varietà geneticamente differenziate amplia le possibilità di adattamento; le infrastrutture rurali tradizionali stabilizzano il territorio e mitigano fenomeni erosivi; le comunità locali, attraverso la trasmissione del sapere, garantiscono continuità e manutenzione.
La modernizzazione agricola ha certamente incrementato la produttività, ma ha anche introdotto processi di semplificazione che possono generare vulnerabilità sistemica. L’uniformità genetica, la specializzazione estrema e la dipendenza da input esterni aumentano l’esposizione a rischi ambientali e di mercato. La resilienza, al contrario, si misura nella capacità di mantenere stabilità funzionale nel tempo, anche in presenza di condizioni avverse. In questo senso, i paesaggi rurali storici offrono una lezione metodologica: la complessità organizzata è una forma di protezione. La tradizione, spesso percepita come elemento culturale o simbolico, ha operato come infrastruttura invisibile di gestione del territorio. Le decisioni quotidiane degli agricoltori — dalla scelta dei semi alla disposizione delle colture — erano orientate a un equilibrio tra produttività e rigenerazione delle risorse. Questa infrastruttura cognitiva è fragile: può essere rapidamente dispersa se non viene riconosciuta come componente attiva dei sistemi contemporanei. La sua tutela non implica immobilismo, ma integrazione.
Le tecnologie attuali, dai sistemi di monitoraggio climatico alle piattaforme digitali per la commercializzazione, possono rafforzare sistemi agricoli diversificati senza comprometterne la complessità. Parallelamente, la dimensione istituzionale è determinante. La resilienza dei paesaggi rurali genera benefici collettivi — stabilità idrogeologica, conservazione della biodiversità, qualità ambientale — che non sempre sono remunerati dal mercato. È quindi coerente che le politiche pubbliche riconoscano e sostengano la funzione ecosistemica dell’agricoltura. Senza un quadro di governance integrato, il peso della conservazione ricade esclusivamente sugli agricoltori, riducendo la sostenibilità nel lungo periodo. La responsabilità è condivisa tra produttori, istituzioni e consumatori.
Un ulteriore elemento critico riguarda la continuità generazionale. L’abbandono delle aree interne e la riduzione della popolazione agricola attiva indeboliscono la capacità adattiva del territorio. Senza manutenzione, le infrastrutture si degradano; senza trasmissione del sapere, le pratiche si interrompono. Rendere l’agricoltura attrattiva per le nuove generazioni significa garantire condizioni economiche sostenibili, accesso alla formazione e riconoscimento sociale del ruolo dell’agricoltore come custode del territorio.
La biodiversità agricola, analizzata nei capitoli precedenti, rappresenta una riserva strategica per il futuro. In un clima che cambia rapidamente, disporre di un ampio patrimonio genetico amplia il margine di risposta del sistema agroalimentare. Ogni varietà locale conservata non è soltanto memoria, ma possibilità. In questo senso, la biodiversità è una forma di prudenza sistemica. Il Mediterraneo, riconosciuto come area altamente vulnerabile ai cambiamenti climatici, richiede strategie integrate che combinino conoscenza storica e strumenti scientifici contemporanei. Terrazzamenti, sistemi di gestione dell’acqua, diversificazione produttiva e varietà locali non costituiscono soluzioni universali, ma offrono principi replicabili: adattamento locale, distribuzione del rischio, gestione equilibrata delle risorse. Custodire la complessità significa investire nella robustezza del sistema nel lungo periodo.
La semplificazione estrema può apparire efficiente nel breve termine, ma espone il territorio a rischi amplificati. Al contrario, riconoscere la stratificazione storica dei paesaggi rurali permette di costruire strategie di sviluppo coerenti con le caratteristiche ambientali e sociali dei territori. Biodiversità e tradizione non sono residui del passato, ma componenti operative della resilienza contemporanea. La sfida attuale consiste nel costruire una sintesi tra memoria e innovazione, tra tecnologia e conoscenza empirica, tra mercato e tutela territoriale. Se la resilienza è capacità di attraversare l’incertezza mantenendo funzionalità e coerenza, allora i paesaggi rurali mediterranei offrono un modello dinamico: non perfetto, non immutabile, ma capace di evolvere senza perdere la propria struttura. In questa capacità di adattamento continuo risiede la base su cui costruire il futuro dell’agricoltura mediterranea.
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