Rigenerazione idrica e agricoltura mediterranea: strategie sostenibili per affrontare scarsità, desertificazione e cambiamento climatico
Introduzione
Nel corso degli ultimi decenni, l’acqua è diventata una delle risorse strategiche più delicate per il futuro dell’agricoltura europea, in particolare nei territori mediterranei. Le trasformazioni climatiche osservate negli ultimi anni stanno modificando in modo profondo gli equilibri ambientali che, per secoli, hanno sostenuto la produzione agricola nelle regioni del Sud Europa. Siccità prolungate, temperature medie sempre più elevate, riduzione delle precipitazioni stagionali ed eventi meteorologici estremi stanno progressivamente aumentando la pressione sui sistemi agricoli, rendendo la gestione delle risorse idriche una priorità non più rinviabile.
Il Mediterraneo rappresenta oggi uno degli hotspot climatici più vulnerabili a livello globale. Secondo numerosi studi condotti dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) e dalla European Environment Agency (EEA), l’area mediterranea sta registrando un aumento delle temperature superiore rispetto alla media globale, accompagnato da una significativa diminuzione della disponibilità idrica. Questo fenomeno non riguarda esclusivamente gli ecosistemi naturali, ma coinvolge direttamente le economie rurali, la sicurezza alimentare e la stabilità sociale dei territori agricoli.
In questo contesto, la Sicilia costituisce un esempio particolarmente significativo. La regione, storicamente caratterizzata da un clima favorevole all’agricoltura mediterranea, sta affrontando negli ultimi anni condizioni sempre più complesse: lunghi periodi di assenza di precipitazioni, invasi insufficienti, abbassamento delle falde acquifere e crescente salinizzazione dei suoli nelle aree costiere. Tali criticità stanno incidendo sulla produttività di colture fondamentali come agrumi, olivo, mandorlo e vite, ma anche sulle nuove coltivazioni tropicali emergenti che, paradossalmente, stanno trovando spazio proprio a causa delle mutate condizioni climatiche.
L’acqua, tuttavia, non rappresenta soltanto una risorsa produttiva. Essa costituisce un elemento centrale per l’equilibrio complessivo dei sistemi territoriali mediterranei. La gestione delle risorse idriche influenza infatti la biodiversità, la conservazione del suolo, la qualità degli ecosistemi rurali e la resilienza delle comunità agricole. Per questa ragione, affrontare la questione idrica significa adottare una visione integrata, capace di collegare agronomia, innovazione tecnologica, pianificazione territoriale e governance politica.
Negli ultimi anni, l’Unione Europea ha iniziato a riconoscere sempre più chiaramente la necessità di costruire strategie di adattamento climatico orientate alla resilienza idrica. Il Green Deal europeo, la nuova Politica Agricola Comune (PAC 2023–2027), la Strategia Farm to Fork e il Regolamento europeo sul riutilizzo delle acque reflue rappresentano alcuni dei principali strumenti attraverso cui l’Europa sta tentando di promuovere modelli agricoli più sostenibili e meno dipendenti dallo sfruttamento intensivo delle risorse naturali.
Tuttavia, le politiche da sole non sono sufficienti se non accompagnate da trasformazioni concrete nei sistemi produttivi e culturali. La transizione verso un’agricoltura resiliente richiede investimenti infrastrutturali, innovazione tecnologica e formazione degli operatori agricoli, ma anche un cambiamento nella percezione stessa dell’acqua. In molte aree mediterranee, per lungo tempo, la disponibilità idrica è stata considerata una risorsa relativamente stabile. Oggi questa visione non appare più sostenibile. La crescente frequenza delle crisi idriche dimostra come l’acqua debba essere gestita secondo logiche di conservazione, efficienza e rigenerazione.
In questo scenario, l’innovazione agricola assume un ruolo fondamentale. Tecnologie di irrigazione di precisione, sensori IoT, sistemi satellitari, modelli predittivi basati sull’intelligenza artificiale e strumenti digitali di monitoraggio stanno progressivamente trasformando il modo in cui le aziende agricole gestiscono le proprie risorse idriche. L’obiettivo non consiste esclusivamente nel ridurre i consumi, ma nel migliorare l’efficienza complessiva dei sistemi agricoli, limitando sprechi e perdite.
Accanto alle innovazioni tecnologiche, stanno emergendo anche approcci agroecologici che recuperano pratiche storiche adattandole alle esigenze contemporanee. Tecniche tradizionali di raccolta dell’acqua piovana, gestione della sostanza organica del suolo, pacciamatura naturale e sistemi agroforestali stanno tornando al centro del dibattito scientifico e agronomico. In molti casi, tali pratiche dimostrano come le conoscenze storiche delle comunità rurali mediterranee possano ancora offrire strumenti utili per affrontare le sfide ambientali attuali.
La questione idrica coinvolge inoltre importanti dimensioni economiche e geopolitiche. La crescente scarsità d’acqua rischia infatti di aumentare le disuguaglianze tra territori, favorendo le aree maggiormente infrastrutturate e penalizzando le realtà rurali più fragili. Alcune regioni europee potrebbero affrontare in futuro conflitti sempre più intensi legati all’uso delle risorse idriche, soprattutto nei periodi di forte siccità. In questo senso, la governance dell’acqua rappresenta una delle principali sfide strategiche del XXI secolo.
L’agricoltura mediterranea si trova quindi davanti a una trasformazione storica. Da un lato, il cambiamento climatico sta imponendo nuove condizioni ambientali che richiedono adattamenti rapidi e strutturali; dall’altro, l’innovazione scientifica e tecnologica offre strumenti potenzialmente capaci di aumentare la resilienza dei sistemi produttivi. Il futuro del settore agricolo dipenderà dalla capacità di integrare sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare e gestione razionale delle risorse naturali.
Questo pamphlet si propone di analizzare il rapporto tra crisi idrica, cambiamento climatico e agricoltura mediterranea, concentrandosi sulle principali strategie di adattamento sviluppate a livello europeo. Verranno approfonditi i processi di desertificazione, le innovazioni irrigue, il riuso delle acque, le pratiche agroecologiche e le politiche comunitarie orientate alla resilienza idrica. Particolare attenzione sarà dedicata alla Sicilia e alle regioni mediterranee, considerate oggi laboratori climatici in cui si stanno manifestando, con particolare intensità, molte delle trasformazioni che interesseranno il futuro dell’agricoltura europea.
Capitolo 1 — La crisi idrica nel Mediterraneo europeo
La crisi idrica rappresenta oggi una delle principali sfide ambientali e produttive per il Mediterraneo europeo. Sebbene la scarsità d’acqua abbia storicamente caratterizzato molte aree mediterranee, negli ultimi decenni il fenomeno ha assunto dimensioni sempre più strutturali, mostrando una stretta connessione con il cambiamento climatico globale. Le trasformazioni climatiche in corso stanno infatti alterando profondamente i cicli idrologici naturali, riducendo la disponibilità delle risorse idriche e aumentando la vulnerabilità dei sistemi agricoli.
Le regioni mediterranee europee dipendono fortemente da un equilibrio climatico delicato, basato su precipitazioni stagionali relativamente regolari e su lunghi periodi estivi secchi ma tradizionalmente prevedibili. Oggi questo equilibrio appare sempre più instabile. Secondo i dati dell’European Environment Agency (EEA) e del Copernicus Climate Change Service, l’Europa meridionale sta registrando una diminuzione progressiva delle precipitazioni annuali, accompagnata da un aumento significativo delle temperature medie. Tale combinazione produce effetti particolarmente critici sul settore agricolo, poiché riduce l’acqua disponibile nei suoli e aumenta l’evaporazione.
Uno degli aspetti più problematici riguarda proprio l’incremento dell’evapotraspirazione. Con temperature più elevate, le colture richiedono maggiori quantità d’acqua per mantenere i normali processi fisiologici, mentre il terreno perde umidità più rapidamente. Questo fenomeno rende insufficienti molte delle risorse idriche che, fino a pochi decenni fa, risultavano adeguate per sostenere la produzione agricola tradizionale. In molte aree mediterranee, la domanda irrigua continua quindi ad aumentare proprio nel momento in cui la disponibilità d’acqua diminuisce.
La Sicilia costituisce uno dei territori europei maggiormente esposti a queste dinamiche. Negli ultimi anni, la regione ha affrontato periodi di siccità estremamente intensi, con livelli critici negli invasi artificiali e una riduzione significativa delle riserve idriche sotterranee. Le elevate temperature estive, spesso superiori alle medie storiche, stanno accelerando il processo di aridificazione del territorio. In alcune aree interne dell’isola, le precipitazioni risultano ormai insufficienti a garantire un naturale reintegro delle falde acquifere.
Parallelamente, molte zone costiere siciliane stanno sperimentando un fenomeno particolarmente pericoloso: la salinizzazione dei suoli e delle falde. L’eccessivo sfruttamento delle risorse idriche sotterranee favorisce infatti l’ingresso di acqua marina negli acquiferi costieri, compromettendo progressivamente la qualità dell’acqua utilizzata in agricoltura. Questo processo può ridurre drasticamente la produttività dei terreni agricoli e, nei casi più gravi, rendere alcune aree inadatte a determinate coltivazioni.
Problemi simili si osservano anche in altre regioni mediterranee europee. In Andalusia, nel sud della Spagna, la crescente scarsità d’acqua sta mettendo sotto pressione produzioni strategiche come olivo, agrumi e orticoltura intensiva. In Grecia, molte isole e aree rurali devono affrontare lunghi periodi di siccità che limitano fortemente le attività agricole. Nel sud Italia, regioni come Calabria, Puglia e Basilicata stanno registrando una progressiva riduzione della disponibilità idrica, aggravata da infrastrutture spesso obsolete e da elevate dispersioni nelle reti di distribuzione.
La crisi idrica mediterranea non dipende esclusivamente dalla riduzione delle precipitazioni. Anche la distribuzione temporale delle piogge sta cambiando in modo significativo. Sempre più frequentemente, le precipitazioni si concentrano in eventi brevi ma estremamente intensi, spesso incapaci di favorire un reale assorbimento dell’acqua da parte dei suoli. Le cosiddette “bombe d’acqua” producono infatti un forte ruscellamento superficiale, aumentando erosione e perdita di fertilità senza garantire un efficace accumulo idrico.
Questa alterazione dei regimi pluviometrici contribuisce direttamente ai processi di desertificazione. La desertificazione non implica necessariamente la trasformazione dei territori in deserti nel senso tradizionale del termine, ma indica un progressivo degrado del suolo e della sua capacità produttiva. Secondo le stime dell’UNCCD (United Nations Convention to Combat Desertification), vaste aree del Mediterraneo europeo presentano già livelli elevati di vulnerabilità alla desertificazione, soprattutto nelle regioni caratterizzate da agricoltura intensiva e forte pressione sulle risorse naturali.
Il degrado del suolo rappresenta un elemento centrale della crisi idrica. Suoli poveri di sostanza organica trattengono meno acqua, diventando più vulnerabili sia alla siccità sia all’erosione. L’agricoltura intensiva, l’eccessiva lavorazione del terreno e la riduzione della copertura vegetale hanno contribuito, in molte aree mediterranee, a diminuire progressivamente la capacità dei suoli di funzionare come riserve naturali d’acqua.
Anche il cambiamento climatico sta modificando la geografia agricola del Mediterraneo. Alcune colture tradizionali risultano sempre più difficili da sostenere in determinate aree, mentre nuove produzioni tropicali o subtropicali stanno iniziando a diffondersi. In Sicilia, ad esempio, la coltivazione di avocado, mango e papaya è cresciuta negli ultimi anni grazie alle temperature più elevate. Tuttavia, queste colture richiedono anch’esse importanti risorse idriche, creando nuove sfide nella gestione sostenibile dell’acqua.
La crisi idrica produce inevitabilmente conseguenze economiche e sociali. La riduzione delle rese agricole, l’aumento dei costi irrigui e la maggiore instabilità produttiva stanno mettendo sotto pressione numerose aziende agricole mediterranee, soprattutto quelle di piccole dimensioni. In alcune aree rurali, la scarsità d’acqua rischia inoltre di accelerare fenomeni di abbandono agricolo e spopolamento.
A livello europeo, cresce quindi la consapevolezza della necessità di adottare strategie integrate di adattamento climatico. Le istituzioni europee stanno promuovendo investimenti orientati alla resilienza idrica, al miglioramento delle infrastrutture e all’innovazione agricola. Tuttavia, le differenze territoriali restano molto marcate, e molte regioni mediterranee continuano a presentare difficoltà strutturali nella gestione delle risorse idriche.
La crisi dell’acqua nel Mediterraneo non può più essere considerata un’emergenza temporanea. Essa rappresenta piuttosto una trasformazione strutturale destinata a influenzare profondamente il futuro dell’agricoltura europea. Comprendere le cause e le dinamiche di questo fenomeno costituisce quindi il primo passo per costruire modelli agricoli più resilienti, sostenibili e capaci di adattarsi alle nuove condizioni climatiche del XXI secolo.
Capitolo 2 — Innovazione irrigua e agricoltura di precisione
Di fronte all’aggravarsi della crisi idrica nel Mediterraneo europeo, il settore agricolo sta attraversando una fase di trasformazione tecnologica sempre più rapida. L’innovazione irrigua e l’agricoltura di precisione rappresentano oggi alcuni degli strumenti più rilevanti per migliorare l’efficienza nell’utilizzo delle risorse idriche, ridurre gli sprechi e aumentare la resilienza delle produzioni agricole. In un contesto caratterizzato da disponibilità d’acqua sempre più limitate, la capacità di ottimizzare ogni singolo intervento irriguo sta diventando un fattore strategico per la sopravvivenza stessa di molte aziende agricole mediterranee.
Tradizionalmente, l’irrigazione in molte aree del Sud Europa è stata gestita attraverso pratiche poco efficienti, spesso basate su turnazioni fisse o su valutazioni empiriche delle necessità delle colture. Sebbene tali approcci abbiano sostenuto per decenni l’agricoltura mediterranea, oggi mostrano limiti evidenti in un contesto climatico sempre più instabile. La crescente scarsità idrica richiede infatti sistemi molto più precisi, capaci di fornire alle colture soltanto la quantità d’acqua realmente necessaria, evitando dispersioni inutili.
Tra le innovazioni più diffuse vi è l’irrigazione a goccia, considerata una delle tecniche più efficienti dal punto di vista idrico. A differenza dei sistemi tradizionali a scorrimento o ad aspersione, l’irrigazione a goccia consente di distribuire l’acqua direttamente nella zona radicale della pianta, riducendo fortemente le perdite dovute all’evaporazione e al ruscellamento superficiale. Questo sistema permette non solo di risparmiare acqua, ma anche di migliorare l’assorbimento dei nutrienti e limitare la crescita di infestanti nelle aree non irrigate.
In Sicilia e in numerose regioni mediterranee, l’irrigazione a goccia è diventata particolarmente importante per colture ad alto valore economico come agrumi, olivo, vite, mandorlo e coltivazioni tropicali emergenti. Tuttavia, nonostante i vantaggi, la diffusione di tali tecnologie non è ancora omogenea. Molte aziende agricole di piccole dimensioni incontrano difficoltà legate ai costi iniziali di installazione e manutenzione degli impianti, oltre alla necessità di acquisire competenze tecniche specifiche.
Negli ultimi anni, accanto ai sistemi irrigui più efficienti, si è sviluppato rapidamente il settore dell’agricoltura di precisione. Questo approccio si basa sull’utilizzo di tecnologie digitali per monitorare in tempo reale le condizioni delle colture, del suolo e dell’ambiente circostante. L’obiettivo consiste nel prendere decisioni agricole più accurate e personalizzate, ottimizzando l’impiego delle risorse disponibili.
Uno degli strumenti più utilizzati è rappresentato dai sensori IoT (Internet of Things), dispositivi capaci di raccogliere dati continui sull’umidità del terreno, sulla temperatura, sulla salinità e su altri parametri fondamentali per la gestione irrigua. I dati raccolti vengono trasmessi a piattaforme digitali che permettono agli agricoltori di controllare in modo estremamente preciso il fabbisogno idrico delle colture.
Questa evoluzione tecnologica sta modificando profondamente il rapporto tra agricoltore e territorio. Se in passato molte decisioni venivano prese principalmente sulla base dell’esperienza diretta, oggi le tecnologie digitali consentono di integrare l’esperienza umana con analisi scientifiche e modelli predittivi sempre più sofisticati. L’agricoltura diventa così un sistema capace di reagire dinamicamente ai cambiamenti climatici e ambientali.
Un ruolo crescente è svolto anche dalle immagini satellitari e dal telerilevamento. Attraverso satelliti europei come quelli del programma Copernicus, è possibile monitorare lo stato vegetativo delle colture, identificare aree soggette a stress idrico e valutare l’efficienza irrigua su larga scala. Tali strumenti permettono di intervenire tempestivamente in caso di criticità, riducendo consumi e perdite produttive.
Anche i droni stanno assumendo un’importanza sempre maggiore nel monitoraggio agricolo. Dotati di telecamere multispettrali e sensori termici, essi consentono di individuare rapidamente anomalie nelle colture, carenze idriche o problemi fitosanitari. In territori mediterranei caratterizzati da elevata frammentazione agricola, i droni rappresentano uno strumento particolarmente utile per aumentare la precisione delle operazioni agronomiche.
Parallelamente, si stanno sviluppando sistemi DSS (Decision Support Systems), piattaforme digitali che integrano dati climatici, agronomici e idrologici per supportare le decisioni degli agricoltori. Attraverso modelli matematici e algoritmi predittivi, questi sistemi suggeriscono quando irrigare, quanta acqua utilizzare e come ottimizzare la gestione complessiva delle colture. In alcuni casi, tali strumenti incorporano anche tecnologie di intelligenza artificiale in grado di apprendere progressivamente dai dati raccolti sul campo.
La fertirrigazione rappresenta un altro importante ambito di innovazione. Questa tecnica consente di somministrare fertilizzanti direttamente attraverso l’acqua irrigua, aumentando l’efficienza nutrizionale e riducendo dispersioni nell’ambiente. Nei sistemi agricoli mediterranei, la fertirrigazione permette di migliorare la produttività limitando al tempo stesso l’impatto ambientale delle pratiche agricole intensive.
Nonostante le potenzialità delle nuove tecnologie, permangono numerose criticità. Una delle principali riguarda le forti disparità territoriali nell’accesso all’innovazione. Le aziende agricole più grandi e capitalizzate tendono ad adottare più facilmente strumenti avanzati, mentre molte piccole realtà rurali incontrano ostacoli economici e infrastrutturali. Questo rischio di “divario tecnologico” potrebbe accentuare ulteriormente le differenze produttive tra territori agricoli.
Anche la formazione rappresenta una questione centrale. L’introduzione di tecnologie avanzate richiede competenze digitali e agronomiche che non sempre risultano diffuse tra gli operatori agricoli. Per questa ragione, i servizi di consulenza agricola e i programmi di formazione professionale stanno assumendo un ruolo sempre più importante nella transizione verso modelli agricoli innovativi.
Esistono inoltre problematiche legate ai costi energetici e alla manutenzione delle infrastrutture tecnologiche. Sistemi irrigui automatizzati, sensori e piattaforme digitali necessitano infatti di investimenti continui, connessioni affidabili e assistenza tecnica specializzata. In alcune aree rurali mediterranee, le carenze infrastrutturali possono limitare fortemente l’efficacia di tali strumenti.
Nonostante queste difficoltà, l’innovazione irrigua rappresenta una delle principali strade percorribili per affrontare la crisi idrica mediterranea. La crescente integrazione tra agronomia, tecnologia digitale e gestione sostenibile delle risorse naturali sta aprendo nuove prospettive per il futuro dell’agricoltura europea.
Nel contesto del cambiamento climatico, l’efficienza nell’uso dell’acqua non costituisce più soltanto un vantaggio competitivo, ma una necessità strutturale. Le aziende agricole che sapranno integrare innovazione tecnologica, sostenibilità ambientale e adattamento climatico avranno maggiori possibilità di affrontare le sfide che caratterizzeranno il Mediterraneo nei prossimi decenni.
Capitolo 3 — Recupero, riuso e gestione circolare dell’acqua
Nel contesto della crescente crisi idrica che interessa il Mediterraneo europeo, il tema del recupero e del riuso dell’acqua sta assumendo un’importanza sempre più strategica. Per molti decenni, la gestione delle risorse idriche è stata basata prevalentemente su un modello lineare: prelievo, utilizzo e smaltimento. Oggi, tuttavia, tale approccio appare sempre meno sostenibile, soprattutto nelle regioni caratterizzate da elevata vulnerabilità climatica e forte pressione agricola. La progressiva riduzione della disponibilità d’acqua sta infatti spingendo governi, istituzioni scientifiche e operatori agricoli verso modelli di gestione più circolari, orientati al recupero, alla conservazione e alla rigenerazione delle risorse idriche.
In questo scenario, il riutilizzo delle acque reflue trattate rappresenta una delle soluzioni più discusse a livello europeo. Le acque reflue urbane, opportunamente depurate, possono infatti essere reimpiegate in agricoltura, riducendo la pressione sulle risorse idriche naturali e garantendo una disponibilità più stabile durante i periodi di siccità. In molte aree mediterranee, questa pratica sta diventando una componente sempre più importante delle strategie di adattamento climatico.
L’Unione Europea ha riconosciuto ufficialmente il potenziale del riuso idrico attraverso il Regolamento UE 2020/741, che stabilisce criteri minimi per l’utilizzo sicuro delle acque reflue trattate in agricoltura. L’obiettivo della normativa è promuovere un approccio più sostenibile alla gestione dell’acqua, garantendo al tempo stesso elevati standard di sicurezza sanitaria e ambientale. Tale regolamento rappresenta un passaggio significativo nel processo di transizione verso un’economia circolare delle risorse idriche.
Nonostante le potenzialità del riuso, la diffusione di queste pratiche rimane ancora limitata in molte regioni europee. Le principali criticità riguardano i costi infrastrutturali, la necessità di impianti di depurazione avanzati e la presenza di resistenze culturali legate alla percezione delle acque reflue. In alcuni contesti agricoli, persistono infatti diffidenze rispetto alla qualità dell’acqua rigenerata, nonostante i progressi tecnologici abbiano reso i sistemi di trattamento sempre più sicuri ed efficienti.
La Sicilia rappresenta un caso emblematico delle difficoltà e delle opportunità connesse al riuso delle acque. Da un lato, la crescente scarsità idrica rende necessario individuare fonti alternative per sostenere l’agricoltura; dall’altro, le infrastrutture di depurazione e distribuzione risultano spesso insufficienti o obsolete. In molte aree dell’isola, una parte significativa delle acque reflue trattate continua a non essere recuperata, evidenziando un potenziale ancora largamente inutilizzato.
Accanto al riutilizzo delle acque reflue, stanno acquisendo crescente importanza anche i sistemi di raccolta dell’acqua piovana, noti come rainwater harvesting. Questa pratica, per certi aspetti antichissima nelle civiltà mediterranee, consiste nel raccogliere e conservare l’acqua piovana attraverso cisterne, bacini o sistemi di accumulo integrati nel territorio agricolo. Oggi tali tecniche vengono reinterpretate attraverso tecnologie moderne che consentono una gestione più efficiente e controllata delle risorse raccolte.
Nelle regioni mediterranee, dove le precipitazioni tendono a concentrarsi in periodi brevi ma intensi, la capacità di immagazzinare acqua durante gli eventi piovosi sta diventando sempre più rilevante. I sistemi di raccolta possono contribuire a ridurre la dipendenza dalle falde acquifere e a garantire riserve utili durante i lunghi mesi estivi caratterizzati da forte siccità.
Anche i bacini artificiali e le infrastrutture di accumulo stanno tornando al centro del dibattito europeo sulla resilienza idrica. In molti territori agricoli, la mancanza di adeguate capacità di stoccaggio limita fortemente la possibilità di affrontare i periodi di scarsità d’acqua. Tuttavia, la costruzione di nuovi invasi richiede una pianificazione estremamente attenta, poiché può generare impatti ambientali significativi sugli ecosistemi naturali e sui paesaggi rurali.
Per questa ragione, negli ultimi anni si sta sviluppando un crescente interesse verso le cosiddette infrastrutture verdi. A differenza delle opere idrauliche tradizionali, le infrastrutture verdi utilizzano processi naturali per migliorare la gestione dell’acqua. Zone umide artificiali, fasce vegetali, sistemi agroforestali e interventi di rinaturalizzazione dei corsi d’acqua possono contribuire a rallentare il deflusso superficiale, aumentare l’infiltrazione e migliorare la ricarica naturale delle falde acquifere.
La ricarica artificiale delle falde rappresenta un’altra strategia emergente particolarmente interessante per le regioni mediterranee. Questa tecnica consiste nell’immettere acqua nei sistemi sotterranei attraverso bacini di infiltrazione o altre strutture dedicate, con l’obiettivo di compensare l’eccessivo sfruttamento degli acquiferi. In aree costiere soggette a salinizzazione, tale pratica può contribuire a limitare l’ingresso di acqua marina e a preservare la qualità delle risorse idriche sotterranee.
La gestione circolare dell’acqua implica tuttavia non soltanto innovazioni tecnologiche e infrastrutturali, ma anche un cambiamento culturale nel modo in cui le società percepiscono questa risorsa. Per lungo tempo, l’acqua è stata considerata relativamente abbondante e facilmente accessibile. Oggi appare sempre più evidente la necessità di adottare una visione orientata alla conservazione e alla rigenerazione, riconoscendo il valore strategico delle risorse idriche per il futuro dei territori mediterranei.
Anche il settore agricolo sta progressivamente comprendendo l’importanza di integrare pratiche di risparmio e recupero idrico nelle proprie strategie produttive. Molte aziende stanno sperimentando sistemi di riciclo interno delle acque, monitoraggio dei consumi e tecniche agronomiche capaci di aumentare la capacità dei suoli di trattenere umidità. In questo senso, la gestione circolare dell’acqua si collega strettamente ai principi dell’agroecologia e della sostenibilità ambientale.
Le istituzioni europee stanno cercando di favorire questa transizione attraverso finanziamenti, programmi di ricerca e incentivi orientati all’innovazione idrica. Tuttavia, permangono forti differenze territoriali nella capacità di implementare tali strategie. Le aree rurali più fragili rischiano infatti di incontrare maggiori difficoltà nell’accesso alle infrastrutture e agli investimenti necessari.
Nel Mediterraneo europeo, la questione dell’acqua sta assumendo sempre più una dimensione sistemica. Non si tratta più soltanto di garantire risorse sufficienti per l’irrigazione, ma di costruire modelli territoriali capaci di funzionare in equilibrio con le nuove condizioni climatiche. Recuperare, riutilizzare e rigenerare l’acqua significa quindi ripensare profondamente il rapporto tra agricoltura, ambiente e sviluppo economico.
La capacità di sviluppare sistemi circolari efficienti potrebbe rappresentare uno degli elementi decisivi per la resilienza futura dell’agricoltura mediterranea. In un contesto climatico destinato a diventare sempre più instabile, la gestione sostenibile dell’acqua non costituirà soltanto una scelta ambientale, ma una condizione essenziale per la sicurezza alimentare e la stabilità dei territori rurali europei.
Capitolo 4 — Colture resilienti e adattamento agroecologico
L’agricoltura mediterranea sta entrando in una fase storica caratterizzata da profondi cambiamenti climatici, ambientali ed economici. L’aumento delle temperature, la riduzione della disponibilità idrica e la crescente frequenza degli eventi estremi stanno modificando le condizioni che, per secoli, hanno sostenuto gli equilibri agricoli del Mediterraneo europeo. In questo contesto, il tema della resilienza agricola assume un ruolo centrale. La capacità delle colture e dei sistemi produttivi di adattarsi alle nuove condizioni climatiche rappresenta infatti una delle principali sfide per il futuro del settore agricolo.
Negli ultimi anni, la ricerca agronomica e ambientale ha progressivamente spostato l’attenzione verso modelli di adattamento basati non soltanto sull’innovazione tecnologica, ma anche sul rafforzamento della resilienza ecologica degli agroecosistemi. Questo approccio, spesso definito agroecologico, mira a integrare produttività agricola, conservazione delle risorse naturali e capacità di adattamento climatico.
Uno degli aspetti più evidenti del cambiamento climatico nel Mediterraneo riguarda la crescente difficoltà di mantenere elevati livelli produttivi attraverso pratiche agricole tradizionali ad alto consumo idrico. Per questa ragione, molte aziende agricole stanno iniziando a selezionare colture maggiormente resistenti alla siccità e alle alte temperature. Alcune specie storicamente diffuse nell’area mediterranea stanno infatti dimostrando una notevole capacità di adattamento alle nuove condizioni ambientali.
L’olivo rappresenta uno degli esempi più significativi. Questa coltura, profondamente legata alla storia e alla cultura mediterranea, possiede caratteristiche fisiologiche che le consentono di tollerare lunghi periodi di siccità. Tuttavia, anche l’olivicoltura sta subendo pressioni crescenti a causa dell’aumento delle temperature e della diffusione di nuove fitopatologie favorite dal cambiamento climatico. Per questo motivo, la ricerca si sta orientando verso varietà e portainnesti più resilienti, capaci di mantenere produttività e qualità anche in condizioni di forte stress idrico.
Anche il mandorlo sta acquisendo crescente importanza nei sistemi agricoli mediterranei. Rispetto ad altre colture arboree, esso presenta generalmente un fabbisogno idrico più contenuto e una buona adattabilità ai climi aridi. In Sicilia e nel Sud Italia, il recupero di mandorleti tradizionali e l’introduzione di nuove varietà stanno contribuendo a rafforzare la diversificazione agricola dei territori rurali.
Parallelamente, si osserva la valorizzazione di specie storicamente marginalizzate ma particolarmente adatte agli ambienti mediterranei. Il carrubo, ad esempio, sta tornando al centro dell’interesse agronomico grazie alla sua elevata resistenza alla siccità e alla capacità di crescere anche in suoli poveri e degradati. Questa pianta, per lungo tempo considerata secondaria rispetto ad altre colture più redditizie, viene oggi rivalutata non soltanto per il suo valore economico, ma anche per il suo contributo alla resilienza ecologica dei paesaggi rurali.
Accanto alle colture tradizionali, il cambiamento climatico sta favorendo anche la diffusione di produzioni tropicali e subtropicali nel Mediterraneo europeo. In Sicilia, negli ultimi anni, si è registrata una significativa crescita della coltivazione di avocado, mango, papaya e altre specie tropicali. Le temperature più elevate e gli inverni relativamente miti hanno infatti creato condizioni favorevoli per queste produzioni.
Tuttavia, l’introduzione di colture tropicali solleva importanti questioni legate alla sostenibilità idrica. Alcune di queste specie richiedono infatti notevoli quantità d’acqua, rischiando di aumentare ulteriormente la pressione sulle risorse idriche locali. Per questa ragione, la diffusione di nuove colture deve essere accompagnata da strategie di gestione sostenibile dell’acqua e da accurate valutazioni territoriali.
In questo contesto, l’agroecologia propone un approccio orientato non soltanto alla scelta delle colture, ma anche alla trasformazione complessiva dei sistemi agricoli. Uno dei principi fondamentali consiste nel rafforzare la capacità naturale degli ecosistemi agricoli di trattenere acqua, nutrienti e biodiversità. Ciò implica una riduzione della dipendenza da input esterni e una maggiore valorizzazione dei processi ecologici naturali.
La conservazione della sostanza organica del suolo rappresenta uno degli elementi centrali di questo approccio. Suoli ricchi di materia organica possiedono infatti una maggiore capacità di trattenere umidità, riducendo la vulnerabilità delle colture durante i periodi di siccità. Tecniche come il sovescio, l’utilizzo di compost e la riduzione delle lavorazioni intensive contribuiscono a migliorare progressivamente la qualità biologica e strutturale dei terreni agricoli.
Anche la pacciamatura naturale sta assumendo un ruolo sempre più importante nelle strategie di adattamento climatico. Coprire il terreno con residui vegetali o materiali organici permette di limitare l’evaporazione, mantenere temperature più stabili nel suolo e ridurre la crescita delle infestanti. In molte aziende mediterranee, questa tecnica viene utilizzata come strumento semplice ma efficace per aumentare l’efficienza idrica.
L’agroforestazione rappresenta un altro modello particolarmente interessante per i territori mediterranei. L’integrazione tra alberi, colture agricole e, in alcuni casi, allevamento consente di creare sistemi più resilienti e diversificati. Gli alberi contribuiscono infatti a migliorare il microclima, ridurre l’erosione, aumentare la biodiversità e favorire una maggiore conservazione dell’umidità nei suoli.
In molte aree rurali europee, si sta riscoprendo anche il valore delle pratiche agricole tradizionali sviluppate storicamente per adattarsi alla scarsità d’acqua. Terrazzamenti, sistemi di raccolta dell’acqua piovana e coltivazioni policolturali rappresentano esempi di conoscenze locali che possono ancora offrire strumenti utili per affrontare le attuali sfide climatiche.
La resilienza agricola non dipende tuttavia soltanto dalle tecniche agronomiche. Essa richiede anche una maggiore diversificazione economica e produttiva. I sistemi agricoli basati su monoculture intensive risultano generalmente più vulnerabili agli shock climatici e alle crisi idriche. Al contrario, aziende caratterizzate da maggiore diversificazione tendono a mostrare una migliore capacità di adattamento nel lungo periodo.
Le politiche europee stanno progressivamente riconoscendo l’importanza di sostenere modelli agroecologici e pratiche resilienti. Attraverso la PAC, il Green Deal e i programmi di sviluppo rurale, l’Unione Europea sta incentivando interventi orientati alla conservazione del suolo, alla riduzione dei consumi idrici e alla tutela della biodiversità agricola. Tuttavia, l’efficacia di queste politiche dipende fortemente dalla capacità di adattarle alle specificità locali dei territori mediterranei.
Nel Mediterraneo europeo, il cambiamento climatico sta imponendo una revisione profonda dei modelli agricoli tradizionali. L’obiettivo non consiste più esclusivamente nell’aumentare la produttività, ma nel costruire sistemi agricoli capaci di resistere alle pressioni ambientali future. La resilienza diventa quindi una condizione fondamentale per garantire continuità produttiva, sicurezza alimentare e stabilità economica nei territori rurali.
L’adattamento agroecologico rappresenta, in questo senso, non soltanto una risposta tecnica alla crisi climatica, ma una trasformazione culturale del rapporto tra agricoltura e ambiente. Le aziende agricole mediterranee saranno sempre più chiamate a integrare innovazione, sostenibilità e conoscenze territoriali per affrontare un futuro caratterizzato da risorse naturali più limitate e condizioni climatiche sempre più instabili.
Capitolo 5 — Governance idrica e futuro dell’agricoltura europea
La crisi idrica che interessa il Mediterraneo europeo non rappresenta soltanto una questione ambientale o agricola, ma una sfida strutturale che coinvolge economia, politica, pianificazione territoriale e sicurezza alimentare. Negli ultimi anni è diventato sempre più evidente che le sole innovazioni tecnologiche o agronomiche, pur fondamentali, non siano sufficienti ad affrontare la complessità dei cambiamenti climatici in corso. La gestione sostenibile delle risorse idriche richiede infatti una governance capace di coordinare politiche pubbliche, investimenti infrastrutturali, strategie agricole e partecipazione degli attori locali.
Il concetto di governance idrica si riferisce proprio all’insieme dei processi attraverso cui istituzioni, comunità, imprese agricole e organizzazioni territoriali gestiscono l’acqua come bene strategico collettivo. Nel Mediterraneo europeo, questa dimensione assume un’importanza particolare a causa della crescente pressione sulle risorse naturali e delle profonde differenze territoriali presenti tra le varie regioni agricole.
Negli ultimi decenni, l’Unione Europea ha progressivamente rafforzato il proprio ruolo nella definizione delle politiche ambientali e agricole legate all’acqua. La Direttiva Quadro sulle Acque (Water Framework Directive), introdotta nel 2000, ha rappresentato uno dei principali tentativi di costruire una gestione integrata delle risorse idriche a livello europeo. L’obiettivo della direttiva consiste nel garantire il buon stato ecologico delle acque superficiali e sotterranee, promuovendo un utilizzo sostenibile delle risorse idriche.
Successivamente, il cambiamento climatico ha reso necessario ampliare ulteriormente l’approccio europeo alla questione dell’acqua. Il Green Deal europeo e la Strategia Farm to Fork hanno inserito la sostenibilità ambientale e la resilienza climatica tra le priorità centrali delle politiche comunitarie. In questo contesto, la gestione efficiente delle risorse idriche è diventata uno degli elementi chiave della transizione ecologica europea.
Anche la nuova Politica Agricola Comune (PAC 2023–2027) attribuisce crescente importanza alla sostenibilità idrica. Gli ecoschemi, le misure agroambientali e gli incentivi destinati all’innovazione irrigua rappresentano strumenti attraverso cui l’Unione Europea cerca di favorire modelli agricoli più resilienti e meno dipendenti dallo sfruttamento intensivo delle risorse naturali. Tuttavia, l’efficacia di tali strumenti dipende fortemente dalla capacità degli Stati membri e delle amministrazioni regionali di implementare le politiche in modo coerente e adattato alle specificità territoriali.
Nel Mediterraneo europeo, le differenze tra territori risultano particolarmente marcate. Alcune regioni dispongono di infrastrutture moderne, sistemi irrigui efficienti e reti di monitoraggio avanzate; altre, invece, presentano forti carenze infrastrutturali, dispersioni idriche elevate e limitata capacità di investimento. In molte aree rurali del Sud Europa, le reti di distribuzione dell’acqua soffrono ancora di problemi strutturali che causano perdite significative lungo il percorso tra invasi, acquedotti e aziende agricole.
La Sicilia rappresenta nuovamente un caso emblematico. Nonostante il ruolo strategico dell’agricoltura nell’economia regionale, la gestione delle risorse idriche continua a confrontarsi con criticità storiche legate alla manutenzione delle infrastrutture, alla frammentazione amministrativa e alla scarsità di investimenti. Gli eventi di siccità sempre più frequenti stanno rendendo evidente la necessità di un approccio più coordinato e orientato alla pianificazione di lungo periodo.
Uno degli aspetti più complessi della governance idrica riguarda proprio il coordinamento tra livelli istituzionali differenti. Le politiche europee forniscono linee guida generali e strumenti finanziari, ma l’attuazione concreta dipende spesso da governi nazionali, regioni, consorzi irrigui e amministrazioni locali. Questa frammentazione può rallentare l’efficacia degli interventi, soprattutto nei contesti caratterizzati da forte vulnerabilità climatica.
Accanto alle istituzioni pubbliche, anche gli agricoltori svolgono un ruolo centrale nella gestione sostenibile dell’acqua. Le aziende agricole rappresentano infatti i principali utilizzatori delle risorse idriche nelle regioni mediterranee. Per questa ragione, la transizione verso modelli più resilienti richiede il coinvolgimento diretto degli operatori agricoli, attraverso incentivi economici, programmi di formazione e servizi di consulenza tecnica.
La diffusione dell’innovazione dipende fortemente dalla capacità di costruire reti territoriali collaborative. In molte aree europee stanno emergendo esperienze positive basate sulla cooperazione tra università, centri di ricerca, consorzi agricoli e imprese private. Questi modelli favoriscono la condivisione di conoscenze, l’adozione di nuove tecnologie e la sperimentazione di pratiche sostenibili adattate ai diversi contesti locali.
Anche il settore finanziario sta assumendo un ruolo sempre più importante. La transizione verso sistemi agricoli resilienti richiede infatti investimenti significativi in infrastrutture, digitalizzazione e innovazione ambientale. Fondi europei, programmi di sviluppo rurale e investimenti pubblici dovranno quindi sostenere nei prossimi anni la modernizzazione del settore agricolo mediterraneo.
Tuttavia, il futuro della governance idrica non riguarda esclusivamente l’efficienza tecnica o economica. La gestione dell’acqua implica inevitabilmente questioni etiche e sociali legate all’accesso alle risorse naturali. In un contesto di crescente scarsità, potrebbero emergere tensioni sempre più forti tra usi agricoli, civili, industriali e turistici dell’acqua, soprattutto nelle regioni mediterranee maggiormente esposte agli effetti del cambiamento climatico.
Per questa ragione, numerosi studiosi sottolineano la necessità di sviluppare modelli di governance partecipativa, capaci di coinvolgere comunità locali, organizzazioni ambientali, istituzioni scientifiche e operatori economici nei processi decisionali. Una gestione sostenibile dell’acqua richiede infatti non soltanto regolamentazioni efficaci, ma anche consenso sociale e responsabilità collettiva.
Il Mediterraneo europeo potrebbe rappresentare, nei prossimi decenni, uno dei principali laboratori climatici del continente. Le trasformazioni ambientali che stanno già interessando Sicilia, Spagna meridionale, Grecia e altre regioni mediterranee anticipano dinamiche che potrebbero estendersi progressivamente ad altre aree europee. Per questo motivo, le strategie sviluppate oggi in questi territori avranno probabilmente un valore sempre più rilevante anche a livello internazionale.
L’agricoltura europea si trova dunque davanti a una trasformazione profonda. Il cambiamento climatico impone una revisione dei modelli produttivi costruiti nel corso del Novecento, basati su ampia disponibilità di risorse naturali e forte intensificazione produttiva. In futuro, sostenibilità e resilienza diventeranno elementi centrali della competitività agricola.
La gestione dell’acqua rappresenterà uno dei principali fattori capaci di determinare la stabilità economica e alimentare del Mediterraneo europeo. La capacità di integrare innovazione tecnologica, pianificazione territoriale, governance efficace e sostenibilità ambientale influenzerà direttamente il futuro delle comunità rurali e dei sistemi agricoli europei.
In questo scenario, il tema della resilienza idrica non riguarda soltanto la sopravvivenza dell’agricoltura mediterranea, ma il rapporto stesso tra società, ambiente e sviluppo economico nel XXI secolo. Il futuro dell’acqua sarà, in larga misura, anche il futuro della sicurezza alimentare, della stabilità territoriale e della sostenibilità europea.
Conclusioni
La crescente crisi idrica che interessa il Mediterraneo europeo rappresenta una delle trasformazioni ambientali più significative del nostro tempo. Nel corso degli ultimi decenni, il cambiamento climatico ha progressivamente modificato gli equilibri naturali che hanno storicamente sostenuto l’agricoltura mediterranea, rendendo sempre più evidente la vulnerabilità dei sistemi produttivi rispetto alla scarsità delle risorse idriche. Siccità prolungate, aumento delle temperature, riduzione delle precipitazioni e degrado del suolo stanno ormai incidendo in modo diretto sulla stabilità economica e ambientale di numerosi territori agricoli.
In questo contesto, l’acqua assume una dimensione strategica che va ben oltre la semplice funzione produttiva. Essa rappresenta un elemento essenziale per la sicurezza alimentare, per la conservazione degli ecosistemi rurali e per la resilienza delle comunità mediterranee. La gestione sostenibile delle risorse idriche non costituisce quindi soltanto una questione tecnica o infrastrutturale, ma una delle principali sfide strutturali che l’Europa dovrà affrontare nei prossimi decenni.
Il Mediterraneo europeo si sta progressivamente configurando come uno dei territori maggiormente esposti agli effetti del cambiamento climatico. Regioni come Sicilia, Andalusia, Grecia e Sud Italia stanno già sperimentando condizioni ambientali che potrebbero diventare sempre più frequenti anche in altre aree del continente. In questo senso, il Mediterraneo rappresenta oggi un vero e proprio laboratorio climatico, in cui emergono con particolare intensità le criticità future della gestione delle risorse naturali.
Nel corso di questo pamphlet è emerso come la crisi idrica sia il risultato di molteplici fattori interconnessi. La riduzione della disponibilità d’acqua, l’aumento dell’evapotraspirazione, la desertificazione e la salinizzazione delle falde costituiscono processi che si alimentano reciprocamente, aumentando la pressione sui sistemi agricoli mediterranei. Parallelamente, la crescente domanda idrica da parte dell’agricoltura, del turismo e delle aree urbane rende ancora più complesso l’equilibrio tra disponibilità e utilizzo delle risorse.
Di fronte a queste trasformazioni, l’innovazione tecnologica sta assumendo un ruolo sempre più importante. L’irrigazione di precisione, i sensori digitali, il monitoraggio satellitare e i sistemi predittivi basati sull’intelligenza artificiale stanno offrendo nuove possibilità per migliorare l’efficienza idrica e ridurre gli sprechi. Tuttavia, la tecnologia da sola non può rappresentare una soluzione sufficiente se non accompagnata da una più ampia trasformazione culturale e territoriale.
L’agricoltura mediterranea sarà infatti chiamata a ripensare profondamente i propri modelli produttivi. La resilienza futura dipenderà dalla capacità di integrare innovazione, sostenibilità ambientale e adattamento climatico. In questo processo, assumono particolare importanza le pratiche agroecologiche orientate alla conservazione del suolo, alla tutela della biodiversità e alla valorizzazione delle conoscenze tradizionali sviluppate storicamente nei territori mediterranei.
Il recupero delle pratiche agricole storiche non deve essere interpretato come un ritorno nostalgico al passato, ma come una possibile integrazione tra esperienza tradizionale e innovazione contemporanea. Tecniche di raccolta dell’acqua piovana, sistemi agroforestali, policolture e gestione sostenibile del suolo possono ancora offrire strumenti estremamente utili per affrontare le nuove condizioni climatiche.
Parallelamente, la gestione circolare delle risorse idriche sta emergendo come uno degli elementi chiave della transizione ecologica europea. Il riuso delle acque reflue trattate, la ricarica artificiale delle falde e le infrastrutture verdi rappresentano strategie capaci di ridurre la pressione sulle risorse naturali e aumentare la resilienza territoriale. In un contesto caratterizzato da crescente scarsità d’acqua, la capacità di recuperare e rigenerare le risorse idriche diventerà sempre più centrale.
Anche le politiche europee stanno progressivamente riconoscendo la necessità di rafforzare la resilienza idrica dell’agricoltura. Il Green Deal, la PAC 2023–2027 e le strategie comunitarie sull’acqua indicano una crescente attenzione verso sostenibilità ambientale, efficienza irrigua e adattamento climatico. Tuttavia, l’efficacia di tali politiche dipenderà fortemente dalla loro concreta implementazione a livello nazionale e regionale.
Le differenze territoriali rimangono infatti molto marcate. Alcune aree mediterranee dispongono di infrastrutture moderne e capacità di investimento elevate, mentre altre continuano a soffrire carenze strutturali significative. In molti territori rurali del Sud Europa, le difficoltà economiche e amministrative rischiano di rallentare la transizione verso modelli agricoli più sostenibili.
Per questa ragione, il futuro della governance idrica richiederà una maggiore integrazione tra politiche ambientali, agricole e territoriali. La gestione dell’acqua non potrà più essere affrontata attraverso interventi frammentati o emergenziali, ma dovrà basarsi su strategie di lungo periodo orientate alla resilienza complessiva dei territori.
Anche il coinvolgimento diretto degli agricoltori e delle comunità locali sarà fondamentale. La transizione ecologica richiede infatti non soltanto investimenti tecnologici, ma anche formazione, partecipazione e diffusione delle conoscenze. Gli operatori agricoli dovranno essere accompagnati in un processo di adattamento che comporterà inevitabilmente profonde trasformazioni economiche e produttive.
Nel Mediterraneo europeo, il rapporto tra acqua e agricoltura influenzerà sempre più direttamente la stabilità sociale ed economica dei territori rurali. La capacità di garantire risorse idriche sufficienti e di costruire sistemi agricoli resilienti sarà determinante per la sicurezza alimentare, per la competitività delle produzioni mediterranee e per la tutela degli ecosistemi naturali.
Il cambiamento climatico sta imponendo una revisione profonda del rapporto tra sviluppo umano e risorse naturali. L’acqua, elemento centrale della vita e della produzione agricola, si trova oggi al centro di questa trasformazione. Le scelte che verranno compiute nei prossimi anni influenzeranno non soltanto il futuro dell’agricoltura mediterranea, ma l’equilibrio stesso tra ambiente, economia e società nel contesto europeo.
La sfida della resilienza idrica richiederà quindi una visione integrata, capace di unire innovazione scientifica, sostenibilità ambientale, pianificazione politica e responsabilità collettiva. In un Mediterraneo sempre più esposto agli effetti del cambiamento climatico, la gestione dell’acqua rappresenterà uno dei principali indicatori della capacità europea di costruire modelli di sviluppo realmente sostenibili per il XXI secolo.
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